Erotico Caos

Scrivere non è per me la vita, ma un gioco nella vita. E la mia condizione di scrittore è frutto di un intreccio di vissuti ed esperienze, professionali ed umane.
La mia creatività è una fase della mia esistenza, frutto della condizione di un periodo, nata dall’evaporazione e dal rifiuto di ogni simbolo d’autorità.
E’ il corsaro che c’è in me che ribellandosi all’ordine imposto ed al principio d’autorità genera entusiasmo, passione, sperimentazione, rottura di nessi logici ed ordinati del pensiero.
Il mio intento è giocare, sperimentare, proporsi e riproporsi, disfare, distruggere per poi ricostruire, ricominciare, annullare, riprogrammare.
La mia condizione? Sono un eterno studente che per poter vivere e sentirsi vivo non vuole mai arrivare alla meta di ogni studente, meta che sancirebbe la fine e non il fine.
Il mio sogno è continuare a sognare e non smettere mai di farlo, guadagnando meraviglia, senza aspettarsi mai nulla ma desiderando tutto: è un gioco nel gioco, il bisogno è tutt’uno con il desiderio, che si annuncia a me, fa capolino timidamente e poi divampa.
Io, eterno studente, pellegrino e viandante, odio l’anestesia del pensiero e dell’emozione, che non è altro che non-vita, torpore di vita, repressione dello stesso anelito alla vita.
Questo eros del pensiero, questa forza prorompente, ogni tanto si annuncia alla porta della mia mente ed è allora che nasce il mio bisogno di parole: così muore il non-detto e nasce “emoprossia”.
A volte la mia forza riconosciuta viene meno, ritorno bambino, fragile e debole pur nella dura scorza di maschera d’autosufficienza.
Il conflitto stride, si accende l’alterco tra il mio Sé ed il mondo, e così l’unico rifugio rimane la penna, generatrice di dolci illusioni pur nella adulta consapevolezza del “non sta bene” e del “non conviene”.
Da una parte stridore di emozioni e pensieri e polluzioni di rabbia, dall’altra la gioia ed il ristoro del foglio e della penna…monologhi e soliloqui, lingue diverse e diverse modalità espressive.
E il groppo in gola si dissolve…e desiderio, vita, passione mi governano.

Il medico umanista

Sono un medico umanista.
Non sono un giudice
Non decido la condanna del mio imputato
E non infliggo alcuna pena.
Non sono un professore
E non do alcun voto, non ho alcuno studente.
Mi impongo di non avere aspettative, preconcetti.
Mi distanzio da me…dal mio narcisismo.
Ho un compito importante da assolvere,
insegnare al mio Paziente a fidarsi di me.
Voglio conoscere la persona,
Non il malato o la malattia.
Il mio modo di prendermi cura è un’arte creativa,
è conoscenza, è respiro, è esplorazione.
Mi prendo cura… non curo.
La mia principale medicina è la parola.
Come Virgilio accompagno e sostengo il mio Dante,
Aiutandolo ad attraversare il suo Inferno
E spero con lui nella risalita al Paradiso.
Sono un compagno di viaggio
Sono un invito al viaggio.
E più esploro l’altro, più conosco me stesso…
La mia debolezza e la mia forza,
I miei limiti e le mie potenzialità.

Dignità e rispetto

Tu, uomo-persona, hai per me un valore assoluto. Dovresti essere lo scopo di ogni azione personale e sociale e non potrebbe essere mai giustificato un uso di te come mezzo per soddisfare scopi di altra natura.
Dovremmo avere tutti pari diritto ad essere pensati con rispetto, in maniera incondizionata.
Facendo appello ad un uso “etico” della mia intelligenza, non vedo motivi per giustificare discriminazioni di alcun genere rivolte a singoli individui o categorie di persone, perché
questo sarebbe in sé il fallimento di ogni religione, politica, scienza e scuola di pensiero.
I difensori e simpatizzanti di Abele non mandino mai a morte Caino!
E salvare molte vite non giustifica mai l’uccisione di un singolo uomo.

Note di antropologia filosofica

La conoscenza dell’uomo può diventare un’armoniosa integrazione di esperienza estetica, morale, scientifica e religiosa solo se non è viziata da pregiudizi ideologici.
Se l’esperienza umana non è svolta fino in fondo e non contempla anche la domanda radicale sul senso della vita, si rischia di scadere in un sospettoso scetticismo che pervade e paralizza ogni attività superiore dell’uomo, o nel relativismo etico che giustifica e permette tutto quello che si fa.
Per ciò che riguarda la conoscenza dell’uomo, l’approccio scientifico non contraddice quello filosofico, anzi lo integra: la scienza è utile alla filosofia e viceversa.
Tutte le scienze sono limitate, possono solo conoscere aspetti parziali della realtà, per cui è necessaria un’integrazione dei saperi per giungere ad una comprensione globale dell’uomo.
Bisogna pensare l’uomo nella sua interezza, conciliando l’approccio riflessivo con quello oggettivo e metodologico tipico della scienza.
Io uomo non potrò mai conoscermi interamente, perché sono nello stesso tempo soggetto e oggetto di questa conoscenza, attore e spettatore ma non regista.
Rimarrò per tutta la vita un mistero per me stesso e non smetterò mai di conoscermi e di stupirmi.
Se mi pongo nella prospettiva interna a me, riflettendo sulle mie esperienze, non rischierò di chiudermi in me stesso ma, al contrario, allestirò una base di partenza per una successiva apertura agli altri ed al mondo che mi circonda.
Dato che l’esperienza umana è ricca e variopinta, non voglio mai assumere un punto di vista assoluto, dogmatico e ancor meno estremista.
Sono parte integrante del Tutto ed aperto al Tutto, sono un essere contingente e finito.
E nell’esperienza del dolore e nella percezione dello scorrere del tempo, percepisco la mia finitezza connessa alla mia fisicità e alla mia biologia.
All’esperienza della speranza è collegato il concetto di futuro, dello scorrere evolutivo del tempo, della motivazione… in altre parole il concetto stesso di vita.
Se muore la speranza si blocca la percezione dello scorrere del tempo e la proiezione vitale verso il futuro.
Questo blocco e questa mancanza di speranza portano il depresso finanche a desiderare la propria morte, come unica soluzione pensabile alla sofferenza.
Sono un uomo, ed in quanto animale, essere finito e fragile, ho bisogno degli altri per soddisfare le mie esigenze vitali.
Sono uomo, ed in quanto tale sono anima, aperto alla totalità ed alla spiritualità.
Sono biologia e natura, sono cultura, ragione ed emozione, pensiero astratto e pratico.
E per tali convinzioni, avverto sempre più impellente in questa società e in questa umanità il bisogno di meno tecnicismo e piuttosto il ritorno ad una visione “olistica” dell’Uomo e della sua vita.

La dimensione religiosa

L’esperienza religiosa rappresenta il culmine, l’apice della dimensione umana superiore, la sintesi di ragione e desiderio.
La domanda religiosa nell’uomo è una domanda di salvezza, una domanda di senso assoluto dell’esistenza e coincide con la domanda di felicità.
Non a caso speranza e desiderio di salvezza sono i momenti salienti della preghiera in tutte le religioni della terra.
Non porsi la domanda delle domande, che racchiude il senso dell’intera esistenza dell’uomo ci espone a due possibilità: o la negazione aprioristica di una risposta risolutiva oppure, nel caso di un’adesione formale ad una determinata religione – senza il vaglio della ragione e della conoscenza –, il formalismo e il cieco dogmatismo.
Voglio essere agnostico, ma anche ebreo, musulmano, cattolico, buddista.
Voglio poter essere tutto… senza escludere niente.
Voglio il meglio di tutto… senza condizioni fuorvianti.
Voglio ed auspico un’apertura sincera ed onesta al sincretismo
religioso.

Io uomo, essere trascendente

Sono capace di decentrarmi, di guardarmi dall’esterno, come fossi un osservatore distaccato.
Ho due capacità tipicamente umane che sono la coscienza di me stesso e il pensiero critico, ed ho bisogno di maturare un sereno sentimento di me stesso, necessaria premessa per un positivo rapporto con gli altri, per una sana empatia.
Vivo in un’epoca contraddistinta da un eccesso di soggettivismo, da singoli e diffusi ritiri solipsistici che alienano l’uomo dall’uomo. E sviliscono la nostra natura di esseri bisognosi l’uno dell’altro.
Io ho bisogno di te, uomo, proprio perché in quanto mio simile sei l’essere più in grado di corrispondere ai miei bisogni e ai miei desideri, di capirmi e di anticiparmi.
E la conoscenza di te, come altro da me ma simile a me, mi permette di conoscere meglio me stesso.
Questo è il motivo del mio bisogno di legami affettivi stabili, al di là dei ruoli e delle etichette.
La misantropia è malattia, la filantropia ne è la cura.

Apertura all’altro

Sono un essere umano, aperto per natura ai miei simili, e trovo nell’altro la condizione necessaria per la mia maturazione.
La dignità più elevata del mio essere uomo si rispecchia nella gratuità e nel dono, nella capacità disinteressata, mai strumentale, di saper amare.
Ma come potrò mai amare veramente l’altro se prima non imparo ad amare me stesso? Solo se troverò il senso della mia vita e sarò pacificato nell’animo diventerò davvero in grado di donare.
Osservando e riflettendo constato che si verifica esattamente l’opposto nell’egoismo, nell’attaccamento, nell’avidità e nell’uso strumentale delle relazioni con il prossimo: in questi casi l’apparente pienezza e l’appagamento sono effimere parvenze ed illusori possessi usati inconsciamente per coprire e mascherare il proprio vuoto di valori e di senso.
L’uomo del terzo millennio si nasconde in inutili affaccendamenti, si stordisce con la tecnologia, con l’uso voluttuario o lenitivo di sostanze tossiche che aprono la porta a nuove forme di schiavitù, con la sessualità compulsiva, consumata ma non vissuta, con la mercificazione di ogni cosa, comprese le relazioni con l’altro, nel qui ed ora.
Vedo in tutto ciò le premesse per una solitudine esistenziale che ci pervade sempre di più.

Io uomo, essere temporale

Tramite il mio essere temporale, trascendo il tempo e sono così in grado di pensare l’eternità.
Sono aperto al concetto di eternità proprio perché sono limitato nel tempo, così come sono capace di pensare l’infinito perché parto dalla percezione della mia spazialità.
Da quando sono nato, in ogni attimo della mia esistenza sono proiettato verso il futuro, verso l’avvenire. Due atti di pensiero tipici di me, uomo, ne sono la prova: la promessa ed il perdono. La prima è un impegno per il futuro, il secondo corregge il passato e mi permette di guardare al domani.
E come può concretizzarsi l’Amore se non nella dimensione della promessa e del perdono?
Ma vivo nei miei pensieri anche il concetto di fine della vita.
Questo, continuamente annunciato dall’osservazione della morte di altri a me legati e da me conosciuti, è sì un pensiero doloroso e spaventoso, ma dà senso alla vita stessa, percepita come umana ed unitaria pur nella diversità delle sue fasi: gioventù, maturità, vecchiaia.

L’uomo e la morte

Per quello che ci è dato sapere, l’uomo è l’unico animale ad aver coscienza della propria morte, perché è capace di percepire la dimensione del futuro.
La morte costituisce per me, uomo, un ostacolo al mio desiderio di vita, come è un ostacolo anche l’esperienza che faccio della mia limitatezza, vissuta nella sofferenza e nella malattia.
Per questo, sin da quando l’uomo comparve sulla terra, per fronteggiare e tentare di arginare la propria paura della morte ha pensato alla sopravvivenza dopo la dissoluzione del corpo fisico.
In questa prospettiva si è sviluppato il tema della memoria e del culto dei morti.
Io, uomo, sono capace di trascendere la dimensione del qui ed ora, e sono costitutivamente aperto all’idea della sopravvivenza ultraterrena.
Il nostro desiderio di non morire è segno della presenza in noi di capacità superiori, che ci fanno anelare all’eternità, all’infinito, alla salvezza.
La morte di una persona si acclara nel momento in cui cessano le potenzialità di relazione con i suoi simili.
Tale condizione viene percepita anche da chi, ancora in vita, si sente solo e non accudito dal calore degli affetti: pensiamo all’anziano abbandonato, allo straniero, al senza fissa
dimora, al depresso grave. È così che si arriva a desiderare la morte del proprio corpo, quale unica soluzione ad un problema percepito e vissuto come senza soluzione.

Estetica ed arte

L’esperienza estetica ed artistica sono compenetrate fortemente in una dimensione integrale dell’esperienza umana.
Permettono una stretta connessione del singolo Io con l’Essere nella sua totalità.
E tanto più ciò è possibile, quanto più si lascia spazio al sentimento puro e genuino della meraviglia, che ci permette di cogliere la bellezza in tutte le sue espressioni.
Armonia, pace, serenità, benessere, gioia sono sensazioni che spesso si compenetrano in un’esperienza estetica globale.
La poesia e l’arte in genere sono i momenti in cui libertà e creatività combaciano perfettamente.
L’artista crea non per produrre qualcosa di utile o pratico, ma produce per sé ed in sé.